Dalle origini al Settecento
Certamente se a Como esisteva in
epoca medioevale una Cattedrale, esisteva pure un organo e chi lo suonava e chi
cantava: un complesso che nel lessico storico musicale viene definito
Cappella.
Purtroppo fino al XVII secolo
mancano documenti che attestino numero e prassi dei cantori. Fino ad oggi le
ricerche ci offrono sporadiche notizie: un fiammingo, Egidio di Malines, è
cantore in Duomo nel 1359 all'epoca del vescovo Andrea degli Avvocati; nel 1434
il vescovo Francesco Bossi esige che il Cappellano della Cattedrale sia un buon
cantore e maestro di canto, imponendogli l'insegnamento gratuito di questo a
fanciulli disposti ad impararlo; un codice trecentesco del Capitolo
(attualmente non più reperibile) accenna infatti a "pueri cantores
scholari" che servono e cantano unitamente ai canonici.
È pure probabile che si tratti della
scuola della Cattedrale quella in cui un Giovanni Antonio da Gandria,
"magister ab organis" (ma non si tratterà di frate Giovanni da
Gambara, organista a Bormio, in Duomo appunto e a Torno?) il 7 luglio 1474, in
un momento d'ira percote Francesco de Bonitate "cantu et musica
scholaris".
Fortunatamente con l'inizio del
XVII secolo le notizie sul canto nella nostra Cattedrale si fanno più
circostanziate. Nel corso della Quaresima del 1622 un padre cappuccino, Fedele
da San Germano, raccoglie 1300 scudi che con l'aggiunta di altri 60, donati dal
Capitolo, sono impiegati nella musica per far cantare le Litanie della Vergine
ogni sabato. Nell'Àrchivio della Fabbrica è conservato il contratto annuale per
il 1627 nel quale figurano i nomi di Guglielmo Lipparino ( monaco agostiniano,
originario di Bologna ed apprezzato compositore), di Giovanni Clerici e di Giovanni
Pietro Magni, sacerdoti comaschi. Costoro con il diacono Gaspare Alfeo e con Pietro
Martire Greco, si impegnano per cifre diverse a cantare in tutte le feste della
Madonna, alle officiature della Settimana Santa e "ogni volta che si
sonerà l'organo".
Non si tratta più di semplici
nomi, ma di figure di rispettabile rilievo. Lipparino, nato fra il 1570 ed il
'75, dirige l'attività musicale della Cattedrale, per un ventennio subentrando
a Paolo Bottaccio, dal 1609. Giovanni Clerici, già organista in San Fedele e al
Crocifisso, svolge le funzioni di maestro a partire dal 1631, per essere
presente anche in seguito come cantore e violinista. Ma dal 1630, per almeno
quattro anni, la vita cittadina è
praticamente paralizzata dalla peste. L'Opera Pia, voluta dal cardinale Tolomeo
Gallio e dedita ad opere di bene, sospende la propria attività; dal canto loro
i decurioni della città interrompono il versamento degli interessi dovuti alla
Congregazione di carità, in quanto essi stessi avevano dovuto sopperire alle
esigenze dei poveri e dei bisognosi. La vertenza venne risolta con la
mediazione del vescovo Lazzaro Carafino e con l'accordo che gli interessi in
contestazione (23.000 lire) costituissero un fondo i cui frutti fossero
destinati a stipendiare "alcuni esperti nell'arte musicale che si
impegnino a servire con il canto e l'organo alla Cappella Maggiore del Duomo di
Como" a completamento di quelli già assunti e la cui nomina sarebbe
spettata in eguali proporzioni agli eredi Gallio e al vescovo "prò
tempore". Il notaio Fabio Lucini stese l'apposito rogito il 17 marzo 1635.
Tuttavia, considerando che le finalità dell'Opera Pia erano quelle del soccorso
caritativo, si ritenne opportuno che i rappresentanti dei poveri delle
parrocchie cittadine ed extraurbane si esprimessero circa la destinazione delle
23.000 lire ad un'attività musicale, anche se sacra. Nel 1636 il contenuto del
rogito Lucini venne ratificato dagli interessati alla pubblica carità.
In applicazione delle stabilite
modalità il 15 dicembre 1637 fu siglato un contratto della durata di sei anni
con i cantanti pavesi Rocco Melzi (basso), Antonio Maria Salina (contralto) e Bartolomeo
Riboldi (soprano), i quali si impegnavano ad intervenire in Duomo in tutte le
funzioni festive, alle processioni e al canto delle litanie del sabato sera.
Come tutti i capitolati, il
rogito del notaio Lucini, mentre si preoccupava di dettare norme e di precisare
rapporti, iniziava a costituire la fonte di secolari contestazioni e conflitti
di competenze. Sempre il vescovo Carafino emanava nel 1642, a seguito di una
sua Visita pastorale, altre disposizioni circa i doveri e il comportamento dei
cantori, del loro direttore, cioè il "mastro" (che non era altro che
la voce di basso), dell'organista, provocando l'irritazione del Capitolo della
Cattedrale, che era stato escluso da questa regolamentazione e la conseguente
sospensione dell'attività musicale, tranne che per il canto delle litanie del
sabato, a tutto il 1646.
Comunque maestri in questo
tumultuoso periodo furono il carmelitano Girolamo Casati, detto il Filago, per
il periodo 1634-36. Costui rientrò poi a Novara, donde proveniva, e finì come
maestro e organista nella chiesa del Carmine di Pavia. Giovanni Battista Cima, compositore
milanese, già comparso in Duomo come organista, subentrò al Filago fra il
1639-'40, per cedere la direzione ad Alfonso Banfi (1641-43), ¡l quale a sua
volta lasciò Como per la carica di organista a Domodossola. Giovanni Pietro
Magni, già incontrato come cantore nel 1626, fuzionario di Curia e parroco di
San Giacomo, tenne la direzione della Cappella fino al 1658 e don Pietro Corti fino
al giugno del 1661.
E cantore basso della Cappella nel
1659 fu Francesco Spagnoli, detto poi Rusca (con il 1678), dal nome
dell'illustre casata presso la quale svolse le funzioni di curatore del
patrimonio e di educatore, guadagnandosi prestigio ed affetto. Nel giugno 1661
Rusca ottenne il ruolo autonomo di maestro della Cappella del Duomo.
Probabilmente era stato ingaggiato a seguito di un suggerimento dei Gesuiti che
per tutto il Seicento fecero sentire la loro potente influenza sulla vita
culturale della nostra città. Nato nel 1634, fino al 1703 Rusca animò la vita
artistica, non solo della Cattedrale, ma di Como intera. Il maestro è infatti
nelle chiese del Gesù e del Crocifisso, mentre altre parrocchie, compresa San
Fedele, lo reclamano in particolari solennità. Non mancò di soddisfare le
commissioni che venivano avanzate da diversi conventi femminili comaschi e
dall'Oratorio dei Filippini che aveva sede in San Giacomo. Non solo, ma a Rusca
si imponeva il compito di educare al canto alcuni fanciulli che avrebbero
costituito le nuove leve della Cappella, oltre ad insegnare il canto fermo (
cioè il gregoriano) come i suoi predecessori, agli alunni del Collegio Gallio,
i quali, fino al 1774, presteranno sevizio liturgico in Duomo. Rusca morì il 4
aprile 1704, affidando al Collegio dei Gesuiti il patrimonio delle composizioni
sue e di altri musicisti coevi. In quell'anno figurano nella funzione di musici
del Duomo: Giuseppe Bianchi (detto "il Bianchino"), Paolo Caprera e
don Nicola Mornaghi.
Infatti il tesoriere dell'Opera
Pia archiviò le quietanze di pagamento, dalle quali è possibile compilare
l'elenco dei cantori della Cappella e la durata del loro servizio. Qui sarebbe
fastidioso proporre tutti i nominativi, basti però notare come le prestazioni
al canto furono spesso offerte per più di una generazione da componenti della
stessa famiglia; qualcuno, cito il caso di Giuseppe Salina (1661-76), fu anche
musico-compositore; Carlo Carcano (1662-75), a motivo della sua abilità, sì
meritò la dedica di un mottetto da. parte di un musicista celebrato come Carlo
Donato Cossoni.
Nicola Mornaghi, sacerdote,
allievo di fiducia di Rusca, gli successe fino al 1711, quando gli subentrò Carlo
Antonio Somigliana. Una personalità di tutto rispetto fu il milanese Francesco
Fiorini. Già maestro di Cappella del Catello Reale e nel San Fedele del
capoluogo lombardo, fu a capo della cantoria del nostro Duomo e organista dal
1735 al 1759. Contrariamente al secolo precedente il Settecento ci ha trasmesso
ancora dei nomi, ma scarse testimonianze musicali. Della copiosa produzione
lasciata dal Fiorini alla Fabbrica, non è sopravvissuto se non un bellissimo De
profundis e pochi frammenti di salmi. Successore del maestro milanese fu il più
celebrato interprete del mondo musicale comasco, Francesco Pasquale Ricci. Su
di lui le notizie si fanno più consistenti e circonstanziate: figlio di
commercianti, studia a Milano dal Vignati e qui forma alunni, stabilisce
amicizie, ottiene protezioni. Ordinato sacerdote nel 1758, l'anno seguente
assume le cariche di organista e maestro di Cappella, avendo come coadiutore
don Tommaso Gilardoni, al quale toccheranno tutte le incombenze del servizio,
dato che Ricci, a partire dal 1764, rimase assente da Como per lunghi periodi a
causa dei suoi spostamenti in Europa ed una permanenza all'Aja dove svolse le
funzioni di musico di corte e provvide alla stampa di diverse sue opere.
"Ricci dà nome alla
Cattedrale di Como nel tempo stesso che sparge le sue composizioni per le corti
più cospicue d'Europa" fu la giustificazione condivisa dal duca di Alvito,
patrono dell'Opera Gallio che stipendiava i cantori del Duomo. "Questa
Cattedrale celebre per se stessa, crede di dar nome e carattere a lui che ne ha
mostrato e mostra sì poca stima e attenzione" protestavano i canonici del
Duomo, reclamando il ritorno del proprio maestro. E Ricci rientrerà in tempo
per solennizzare ufficialmente alcuni eventi politici del regime napoleonico e
ricuperare e godere di una risonanza nella vita cittadina; inaugurerà infatti
la tradizione dei "Venerdì di Quaresima" nella chiesa del Crocifisso,
con l'esecuzione di cantate sacre e sarà sempre in contatto con l'ambiente
milanese dove un'Accademia musicale portava il suo nome. Si ritirò infine a
Loveno, sopra Menaggio, per morirvi il 7 novembre 1817.
L'Ottocento
L'allievo e successore di Ricci,
Bartolomeo Scotti, trovò l'Archivio della Cappella mancante del materiale
giacente presso il predecessore, materiale che era stato arbitrariamente
inglobato nella eredità del maestro da parte della Congregazione della Carità.
Di tali musiche non si sa quanto fu possibile ricuperare (ricomprandolo a spese
della Fabbrica del Duomo): certo nel Duomo rimase ben poco della produzione del
Settecento (perdute, abbiamo detto, quasi tutte le composizioni del Fiorini) e
ancor meno delle pagine di Ricci, il quale, non fu ligio osservante del
contratto di assunzione che gli imponeva la composizione annuale di musiche
vocali diverse. Già nel 1781 il Capitolo della Cattedrale recriminava nei
seguenti termini: "Si dice che Ricci mai ha introdotto nella Cappella
nuove composizioni, valendosi sempre delle antiche riposte nell'Archivio
musicale".
A Bartolomeo Scotti toccò
comunque la responsabilità di salvaguardare la propria originalità e di
mantenersi all'altezza della fama del defunto maestro, sia che operasse in
Duomo, sia alla basilica del Crocifisso, dove era stata inaugurata la
tradizione dei "Venerdì di Quaresima". Nessuna testimonianza
sull'arte dello Scotti ci è pervenuta (tranne qualche arietta profana), ma
l'erudito Giovan Battista Giovio fin dal 1811, scrivendo sul giornale comasco
"Il Lario" e facendosi interprete dell'attesa curiosa dei
frequentatori del Crocifisso per ascoltare musiche dello Scotti e del timore di
costui nell'"esporre al pubblico la sua musica" in una chiesa
"dove era stata sentita nei precedenti anni quella del sullodato maestro
Ricci", dice che i pezzi dello Scotti furono "pieni di buona armonia
e di felice effetto".
Bartolomeo fu attivo in Duomo a
tutto il 1828. Morirà il 20 settembre dell'anno seguente; gli subentrò un altro
discepolo di Ricci, Giosuè Tagliabue, figura celebrata nel mondo musicale
comasco dell'epoca: ottimo suonatore di violino e di flauto, diresse per anni
(col tacito consenso della Fabbriceria) l'orchestra del Teatro Sociale della
città ed ebbe il merito di farsi promotore e divulgatore, anche a livello
popolare, della cultura musicale. Aprì una sala da concerto dotata pure di
organo, dove periodicamente si esibivano i suoi alunni. Istituì inoltre un
museo di antichi strumenti ed una biblioteca musicale: un patrimonio della nostra
città andato purtroppo perduto. Tagliabue in un servizio quarantennale in Duomo
dovette vivere i problemi e le difficoltà in cui si dibatteva la Cappella
musicale. Era viva innanzitutto la necessità di disporre di nuovi elementi con
i quali reintegrare progressivamente i quattro cantori ordinari, spesso
sfiatati e litigiosi. Per questo nel 1832 si affidò al Tagliabue
l'organizzazione di "una scuola elementare di canto ad otto alunni che alla
conosciuta capacità ed alla povertà unissero il buon costume e lo spirito di
religione". Le prove si svolgevano in casa del maestro tre volte la
settimana. La formazione di questi elementi doveva evitare che il direttore
cercasse altrove le voci supplenti ed introducesse nella così detta orchestra
"cantanti profani di scena".
Questa attività durò fino al
1847, quando ristrettezze finanziarie e il fatto che l'Opera Pia Gallio avesse
inglobato nel suo patrimonio anche quello particolare e distinto della Cappella,
costrinsero la Fabbrica del Duomo a ridurre servizi e stipendi. Ma il problema
di una scuola di musica ad almeno quattro ragazzi fu riconsiderato nel 1863
pervenire definitivamente accantonato nel 1871.
Nel 1877, quando dirigeva la
Cappella (questo dal 1873) il figlio adottivo del Tagliabue, Giovanni Scotti,
con la qualifica di "facente funzioni", l'Amministrazione della
Cattedrale formulò un progetto per una nuova organizzazione della vita musicale
del Duomo. Il maestro di Cappella sarebbe stato nominato a seguito di un
regolare concorso. A tal fine si ricorse al direttore del Conservatorio di
Milano, Stefano Monteviti, perché nominasse una commissione di docenti
incaricati di vagliare le capacità degli aspiranti. Il Monteviti inviò a Como i
professori Boniforti e Fumagalli. Il futuro maestro sarebbe stato remunerato
con lire 4.500 annue, restando a suo carico le spese per il mantenimento di
quattro cantori ordinari e di due straordinari, l'accordatura degli organi e
deH'alzamantici. Sarebbe stato suo obbligo la composizione annuale di un
determinato numero di pezzi destinati alla Cappella e l'insegnamento gratuito
ad almeno sei ragazzi del locale Orfanotrofio.
Il concorso (anche con prove
pratiche all'organo) si svolse dal 23 al 26 settembre 1879; i migliori
risultati furono conseguiti da Napoleone Carrozzi, Marco Enrico Bossi e
Bartolomeo Pozzolo. Carrozzi, insegnante di violoncello al Liceo Musicale di
Bergamo, ricoprì la carica di maestro del Duomo fino al 14 luglio 1881, data
delle sue dimissioni a seguito di divergenze con la Fabbriceria, causate dalla
pessima resa dei cantanti a disposizione ed dalla situazione critica degli
organi.
La Fabbriceria decise di non
bandire un nuovo concorso, ma di nominare il secondo classificato della terna
dei vincitori del 1879. Gli subentrò pertanto un giovane d'ingegno, Marco
Enrico Bossi.
La presa di servizio avvenne il
10 novembre 1881. Erano gli anni in cui si stava affermando in Italia un
movimento che puntava alla restaurazione del canto sacro, seguendo le
iniziative che in Germania erano state avviate fin dal 1850. In particolare da
noi si chiedeva l'esclusione della musica teatrale dalla liturgia, la
fondazione di un periodico di musica sacra, la rivalutazione dell'antica
polifonia.
Il ventenne Bossi fu convinto
dalle idee della riforma detta "Ceciliana”. Nelle musiche composte per la
Cappella egli lascia la testimonianza di un giovane che si stava formando;
costituiscono più che altro documenti storici che indicano l'evoluzione di un
gusto; buoni esempi di sicurezza stilistica che rivelano un chiaro orientamento
di sensibilità, anche fra le suggestioni deteriori della mentalità corrente.
Se non si può scoprire in questa
cinquantina di pezzi alcun capolavoro, è comunque rintracciabile la graduale
conquista che Bossi compie in un decennio, sorretto dal suo personale
temperamento castigato e signorile e dall'attenzione ad autori inglesi de
tedeschi che egli propone all'esecuzione dei suoi cantori, compresi i ragazzi
dell'orfanotrofio che Bossi portò da sei fino a diciotto ed anche a ventidue.
Ma poiché fra gli obiettivi della
riforma liturgica in atto veniva contemplata la costruzione di organi
tecnicamente evoluti ed improntati a sonorità limpide e severe, lontane dal
fragore bandistico che spesso aveva caratterizzato i nostri strumenti
ottocenteschi, Bossi affrontò il problema di una ristrutturazione degli organi
della Cattedrale. Superando difficoltà finanziarie, prevenzioni, diffidenze,
egli affiderà agli organari varesini Pietro e Luigi Bernasconi la realizzazione
di nuovi strumenti che verranno inaugurati nel 1888.
Il maestro rimase in carica fino
al 10 aprile 1890, quando era ormai passato alla cattedra d'organo del
Conservatorio dì Napoli.
Dal
Novecento ad oggi.
Fu chiamato a sostituirlo il
terzo classificato del Concorso 1879, Bartolomeo Pozzolo, originario di Novi
Ligure (1849) e già direttore della Cappella di San Gaudenzio di Novara.
Con una competenza professionale
indubbiamente solida, dall'aprile 1890 curò per circa un quarantennio la vita
musicale del nostro Duomo, grazie ad un'abbondante produzione (si tratta di 144
opere) atta a soddisfare le diverse incombenze della Cappella, la quale
incontrò inevitabili difficoltà per i problemi finanziari conseguenti alla
Prima Guerra Mondiale e per la carenza di validi cantori. A questi ostacoli si
deve aggiungere che Pozzolo stentò ad entrare con originalità creativa nello
spirito della Riforma Ceciliana, benché si impegnasse con richiami alla melopea
gregoriana e alle strutture della polifonia classica, di seguirne le direttive
(finalmente era uscito, dopo due contradditori Regolamenti, il Motu Proprio di
Pio X sulla Musica Sacra). Non potè quindi impedire che in determinate
occasioni apparissero sulla stampa (soprattutto suH'"Ordine",
quotidiano comasco di don Daelli) critiche in merito alla scelta ed alle
esecuzioni della musica in Duomo.
Più aggiornati nella nuova
sensibilità e nella dignità interpretativa si dimostrarono con i loro maestri
(soprattutto don Quirico Valli) gli alunni dei Seminari diocesani, i quali
invasero con la loro presenza ed autonomia di programmi musicali alcune
celebrazioni. Non mancarono le vibrate e giuste proteste di Pozzolo che si
spense nell'ottobre 1927: si era distinto per la sua attività anche in altri
ambienti cittadini (il Collegio di Santa Chiara, l'Istituto della Presentazione
...) oltre che nella formazione privata di alunni.
Scomparso il vecchio maestro, don
Enea Mainetti che si occupava della musica nei Seminari, ottenne che la Scuola
dei Chierici prestasse servizio in Duomo, almeno nelle solennità, per gli anni
1928-30. Sua intenzione era probabilmente che gli alunni dei Seminari si
trasformassero in cantori ordinari con un serio repertorio liturgico e
gregoriano: ma era un sottrarli agli studi e le lamentele si fecero presto
sentire, provocando la reazione delle stesse autorità romane, per cui i
seminaristi vennero definitivamente esonerati dal servizio.
Nel maggio 1928 la Fabbriceria
aveva comunque aperto un concorso per il posto di organista del Duomo. In
quell'anno Luigi Picchi, che si trovava a Como per ragioni musicali, benché
estranee al settore sacró-liturgico, fu sollecitato da amici a parteciparvi. Il
presidente della commissione giudicatrice, don Pietro Magri, organista del
Santuario d'Oropa, a causa delle divergenze sorte circa il testo del bando,
propose due terne di vincitori: quella di valore e quella dei diplomati in
organo, lasciando alla Fabbriceria del Duomo il compito della scelta. Questa
rimase insoddisfatta ed annullò il Concorso. La soluzione fu escogitata dal
canonico don Paolo Martinelli, segretario dell'amministrazione, invitando
Picchi, primo della terna di merito, a conseguire entro breve termine il
diploma in organo. Nell'autunno 1928 questa licenza era una realtà, per cui
Picchi che operava in duomo come supplente, nella primavera seguente iniziò il
servizio come organista titolare. Nel gennaio 1930, a seguito delle dimissioni
di don Enea Mainetti, venne nominato anche maestro di Cappella in pianta stabile.
A Como l'autentica vocazione di
Picchi, quella per la musica sacra, trovava la sua piena realizzazione:
composizioni per organo che nell'arco di oltre quarant'anni apparvero su
diversi periodici. Accanto a questi 276 pezzi, oggi fruibili in edizione completa,
Picchi produsse musica vocale (almeno 300 composizioni), assecondando le
esigenze della Cappella, ma anche quelle di semplici gruppi corali e di
assemblee popolari.
In questo settore il maestro
rappresentò una voce autorevole come anticipatore e successivamente interprete
degli indirizzi segnati dal Vaticano II.
Se don Mainetti aveva dato vita
alla sezione femminile della Scuola Diocesana di Musica Sacra, nel 1941 Picchi
costituì quella maschile. Fra questi alunni provenienti principalmente da zone suburbane
e di condizioni modeste (alcuni figuravano fra i cantori della Cappella) Picchi
trovò le migliori promesse: era gente che alla sua scuola si formava una
competenza atta a farne dignitosi organisti ed istruttori di voci nelle proprie
parrocchie (ed era questo l'autentico scopo delle così dette Scuole Ceciliane):
per chi valeva di più era aperta la strada del Conservatorio.
Attento al prestigio della vita
liturgica della Cattedrale, Picchi riuscì a dotarla nel 1932 di un nuovo
complesso organario, opera della Casa milanese Balbiani Vegezzi Bossi, e a
coinvolgere nuovamente nella Cappella, accanto ai laici professionisti, gli
alunni musicalmente dotati dei Seminari, ai quali nel 1949, a seguito delle
difficoltà finanziarie del Duomo, fu affidata l'intera incombenza del canto
liturgico. Eppure con una Cappella dove ora i componenti si alternavano
rapidamente, le voci non erano formate, le vacanze scolastiche provocavano
drammatiche assenze, Picchi continuò a diffondere le novità della sua
produzione, grazie alla quale Como e la sua Cattedrale ricuperarono, almeno nel
campo della musica sacra, un'invidiata dignità.
La difficile eredità di Picchi,
scomparso nell'agosto 1970, fu raccolta dal discepolo don llario Cecconi
(1912-2008). L'entusiasmo e la passione musicali nati e coltivati negli anni
del seminario (fu ordinato sacerdote nel 1936), si perfezionarono a Milano con
la frequenza del Pontifìcio Istituto di Musica Sacra ed il ricorso al magistero
di Picchi nello studio della composizione. Nel 1950 don Cecconi assunse il
compito di insegnare canto agli alunni dei seminari ai quali, già si è detto,
toccava il servizio musicale in Duomo. i.
Invece di rivendicare autonomia
di scelte e di metodi e conseguenti antagonismi (per le autorità diocesane don
Cecconi rivestiva il ruolo di direttore Cappella, mentre Picchi era di nuovo
relegato al servizio di organista), egli fu attivo e leale collaboratore del
maestro nel predisporre le esecuzioni in Cattedrale in momenti che risultavano
decisivi per l'avvio a nuove forme del canto ecclesiastico. Sempre con Picchi
don Cecconi contribuì nel 1954 alla fondazione e alla conduzione del periodico
"Laus Decora" che vide per un decennio i validi contributi di nomi
illustri nella composizione organistica evocale.
Il 1968 fu l'anno di
rifondazione della Cappella Musicale che venne gestita da volontari che
potessero assicurare con la lóro dedizione un servizio decoroso in Duomo. Don
Cecconi ne tenne la direzione fino al 1993, quando fu costretto alle dimissioni
per limiti di età. In tale funzione il maestro dovette far fronte ai programmi
della Cappella, dedicandosi all'attività di compositore con pagine di
indiscutibile coerenza ed accessibilità, destinate a trovare diffusione anche
fuori deH'ambito provinciale e diocesano.
Fu esclusivo frutto della sua
iniziativa e impegno l'organizzazione di 13 Convegni Diocesani delle Corali
(dal 1968 al 1992), intesi a valorizzare l'attività e la passione di gruppi
vocali piccoli e grandi.
Per i suddetti meriti don Cecconi
nel 1994 fu insignito dall'Amministrazione Comunale di Como dell'onorificenza
dell’Abbondino d'Oro.
Quando il vecchio maestro
svolgeva ancora con assiduità e fedeltà il suo servizio, era stato preconizzato
a succedergli il valtellinese don Felice Rainoldi (1935). Anche lui allievo,
con originalità e personali riserve, di Picchi e dell'Istituto milanese di
Musica Sacra. Con impegno di autodidatta si è acquistato un'indiscussa
competenza nel campo musicale e storico-liturgico, per cui è stato chiamato a
far parte di commissioni nazionali specifiche e nominato docente di corsi
specialistici e di qualificate istituzioni dove ha profuso il tesoro delle sue
conoscenze nel campo del canto gregoriano. A lui si deve il contributo di
innumerevoli articoli su diversi temi musicologici e anche ponderose
monografie. Compositore fin dagli anni giovanili, crea con vena inesauribile,
seguendo la sua estrosa genialità. Di qui musica a stampa, contributi su
periodici e molto materiale manoscritto impostogli dalle occasioni spesso
imprevedibili che la vita della Cattedrale richiede.
Nel 2008 a don Rainoldi venne
affidato il ministero in una parrocchia della Valtellina. Il maestro in questi
anni riuscì a svolgere con responsabilità la duplice mansione con notevole
dispendio di forze fisiche, finché nel giugno 2011 dovette operare la scelta
sofferta di rinunciare alla direzione della Cappella. L'autorità diocesana,
d'accordo con l'Ufficio Liturgico, ricorse alle prestazioni di don Saverio
Xeres, storico di fama, ma anche cultore di musica fin dagli anni del Seminario
sotto la guida di don Cecconi. Attualmente è affiancato da don Nicolas Negrini,
che sta curando la sua formazione musicale presso il Conservatorio di Como.
(Maestro Alessandro Picchi)